
"Se fossimo in America, uno come Marchiori sarebbe famoso come Totti!" da Uno Mattina (Rai1)
L'inventore (italiano) di Google
Il genio veneto che creò Google "Voglio cambiare l'Università"
Padova, l'ispiratore di Google "Guadagno meno, resto per tigna"
Per l'Università il merito non conta
«YouTube», il telecomando universale
In arrivo due grandi rivoluzioni nel futuro del Web
Marchiori dal Mit a Padova, «Meno soldi, ma qui è bello vivere» dal Mattino di Padova [PDF]
«Ho inventato Google e resto all’università» il Personaggio [PDF]
Google è ovunque. Ma senza Massimo Marchiori non sarebbe mai nato. Ha soli 38 anni lo scienziato italiano che ha inventato l’Hyper Search su cui Brin&Page, i due inventori americani di Google, hanno costruito il loro algoritmo PageRank (il primo della lista è il più citato). Dopo aver vinto nel 2004 il premio TR100 della Technology Review, dato ai 100 giovani ricercatori più innovatori al mondo, Marchiori insegna ora all'Università di Padova dove ha uno stipendio di 2000 euro al mese. È ricercatore scientifico al W3C del MIT – il Massachusetts Institute of Technology. Il colosso di Mountain View gli fa la corte da anni, l'ultima offerta americana era di 600 mila dollari netti all'anno, più i benefit. Ma lui rimane in Italia perché? «Continuo a lavorare con gli Usa, sono un’eccezione benevola. Ai meeting del MIT al 90% si lavora in teleconferenza: dal Canada al Giappone. Così quando mi hanno offerto il posto in un’università italiana, con la possibilità di tirare su le nuove generazioni, l’ho fatto. Anche se ora la voglia di restare sta scendendo sempre di più…». Condizioni di non efficienza del mercato, pochi fondi per la Ricerca. «L’innovazione la fa il mercato, se il mercato è innovativo c’è ricerca, l’innovazione poi dà linfa allo sviluppo, è un circolo virtuoso. Negli Usa c’è più competizione, anche se la qualità scolastica non è così migliore, ma c’è un mercato vivace che determina una spinta. Fino a che non si muoverà l’ambito tecnologico, rimarremo indietro, in una condizione stagnante: in Italia funziona il consolidamenteo del potere acquisito, non ci sono vere regole«. Ma deve cambiare il sistema «a prescindere dalla convenienza dei committenti, occorre fare ricerca vera: senza l’analisi critica manca un controllo di qualità serio che determina competizione». Marchiori è autore dello standard mondiale per la privacy del Web (P3P). Ha fondato il progetto XML Query nel World Wide Web Consortium (W3C). È tra gli ideatori del Web Ontology Language (OWL), lo standard mondiale per il ragionamento sul Web. Ha contribuito alla svolta del Worl Wide Web verso il 2.0, ora studia il futuro della rete, il 3.0 ovvero il web semantico.
«Mi sono laureato in matematica. Prima di laurearmi sono stato assunto come ricercatore al CWI, un centro di ricerca olandese simile al
nostro CNR…». L’argomento della tesi verteva sulla programmazione logica e i sistemi di riscrittura «mentre ero in Olanda scelsi per la tesi
un problema aperto, insoluto da dieci anni». Marchiori, racconta, riuscì a risolverlo «occorreva dimostrare che se ci sono due sistemi che
“funzionano” e li combini, anche il sistema combinato funziona». Dopo aver vinto il dottorato a Padova e Siena (dal 1994 al 1997) Marchiori
sperimentò il modello in Olanda insieme al professor Jan Willem Klop «il problema era sempre la contemporanea presenza di vari sistemi combinati,
solo che l’obiettivo era creare un’applicazione efficace in campi diversi e maggiori: ideai la Teoria dei vaccini, ovvero se immetti una
componente malevola nel sistema, ‘quello’ si immunizza e funziona».
Quali ricerche portarono a ideare HyperSearch? «Nel 1995 c’era ancora Altavista, il re dei motori di ricerca. Si iniziò a capire in quegli
anni che i motori potevano diventare importanti per il futuro del Web: quando parlavo dei motori di ricerca parlavo del fatto che il web si
adatta ai motori, e le persone si adattano al motore di ricerca, che influenza il web. Molti mi criticarono. Ma eravamo ancora alla preistoria:
in una ricerca, per capire se una pagina era rilevante si facevano ricerche da “investigatori privati” scarsi, non Sherlock Holmes ma Watson.
Si investigavano le singole pagine, che avevano un solo angolo visuale dell’informazione, vedevano solo il “primo piano” dell’argomento. A me
sembrava assurdo, e cominiciai a indagare il contesto, l’ambiente, le relazioni, le interazioni: l’informazione complessiva ovvero
l’informazione hyper, l’iperinformazione». Nel prototipo di HyperSearch però il flusso informativo veniva calcolato in modo opposto
rispetto all’attuale di Google, che ha una popolarità quantitativa «io usavo l’altro verso, ovvero tanto più so di una cosa, tanto più sale in alto
il risultato, e il calcolo poi si estende, in base a un raggio circostante». Come si è passati da HyperSearch a Google? «Presentai i risultati
alla Conferenza mondiale del Web di Santa Clara in California, il mio calcolo prevedeva un verso della funzione che, in sintesi, diceva che
era meglio un algoritmo qualitativo che pubblicitario, Brin e Page (che era presente alla conferenza e mi seguì per chiedere dei miei risultati)
hanno poi, semplicemente, ruotato questo verso… al contrario!». Comunque «è stato un salto epocale, che ha portato i motori di prima generazione
che seguivano la singola informazione, ad arrivare a quelli di seconda generazione, che invece seguono l’ambiente».
Il criterio sta superando la ricerca nel Web, come dicono Geert Lovink e Siva Vaidhyanathan, ci sono molti rischi (profiling, privacy) nella
Googlization? «La qualità di Google sta scadendo, da un lato il Web si sta riadattando al motore di ricerca per piacergli, dall’altro ci
sono sempre più informazioni e il calcolo del flusso è troppo semplice, non tiene conto di due fattori: prima il link era una cosa seria,
aveva un “costo” importante, oggi è scaduto, se ne abusa, i calcoli che si basano sull’importanza del link impiegano formule inadatte», poi
«Google non ha interesse a cambiare la sua monopolizzazione, oggi detiene il 67% del mercato, è un problema globale: la googlization si sta
estendendo, ma sparirà, nel senso che neanche più ce ne accorgeremo, sarà talmente pervasiva che i rischi per la privacy, sulla
profilazione dell’utente diventeranno invisibili: DoubleClick, Gmail, Google maps, tutto gratis… Ormai anche quando siamo fuori e navighiamo
sul web siamo dentro la rete “da pesca” di Google!».
Il futuro della Rete? «Il Web 2.0 è nato da un’anomalia stile Matrix, è uno dei grandi errori del web. Buona parte delle macchine sono
“cieche”, non riescono a leggere le pagine: dal punto di vista della macchina, quello che vedono su internet traduce simboli, ed è un po’ come
se uno volesse leggere il cinese senza averlo studiato. La macchina legge caratteri e si basa su tasselli del domino, vede certi simboli ma non
la semantica: è un errore, la macchina non capisce veramente l’informazione». È questo quello che «il web semantico cerca di correggere. Quando
la macchina sarà in grado di capire passeremo a un livello superiore, si potrà dialogare in modo intelligente». L’anomalia del web 2.0 però
ha permesso a milioni di utenti di interagire con internet. Per Marchiori «l’errore è una delle caratteristiche del successo, gli utenti devono
solo scrivere, al di là dell’interfaccia, caricano foto, mettono link. Quell’anomalia ha decretato il successo del web. Così è nato il web2.0,
il valore sociale dei social network, che include la facilità e l’usability, solo che questo è un po’ come dire: basta che sia facile, poi il
problema è della macchina».
Il web semantico «è una grande idea, ha la velocità dalla sua. Dopo il 2.0 ora si stanno cercando sistemi ibridi, che implichino anche il
costo sociale scoperto dal web2: i nuovi sistemi semantici 3.0 considerano tutto questo come valore, informazione compresa». Il futuro? «Ci saranno
i sistemi specialistici (il semantico puro: in medicina, Scienza, per esperti) per chi potrà “pagare” un costo sociale superiore (quanto tempo
si perde per inserire l’informazione) e poi il web generalista. Il web 3 insomma sarà composto da isole di web semantico all’interno del 2.0:
a livello locale esistono già sistemi “websemanticizzati” ma sono staccati dal contesto, mentre dall’altro lato ci sono i vari Facebook, MySpace,
il mondo dei network google-generalisti».
Come si trasmette l’expertise? «Scott Mc Nealy, CEO di Sun Microsystem ha detto “Il livello di privacy elettronica è già a zero. Scordatevela”.
Tutto sta nel capire quanto offri agli utenti e quanto gli prendi, per molti non è importante sapere di essere “tracciato” fino a che non lo sanno.
Ma quanto vale il “prezzo” della privacy, questo bene moderno e immateriale?».
- Mauro Garofalo
Fonte: IlSole24ORE.com, 18 dicembre 2008
Massimo Marchiori è tornato dagli USA anche se guadagnava più del doppio
Il matematico: "I soldi contano fino a un certo punto. Prima vengono le idee e il desiderio di modificare il sistema"
PADOVA - "Dieci anni fa, negli Stati Uniti, in una struttura equivalente alla nostra università, prendevo 8mila dollari al mese. Oggi, in Italia, il mio stipendio mensile non supera i 2mila euro. E non passa giorno in cui non riceva importanti offerte di lavoro, dai 400mila dollari annui in su, dalle più grosse aziende internazionali del settore. Nella vità, però, i soldi contano soltanto fino a un certo punto...". Parola del "padre" di Google, il veneto considerato uno dei geni mondiali dell'informatica. Massimo Marchiori, 38 anni, di Mestre, da 2 anni professore associato all'Università di Padova, è lo scopritore dell'algoritmo Hyper Search che, dal 1998, permette il funzionamento di Google.
"Nella vita, i soldi contano fino a un certo punto - ribadisce Marchiori - . Prima dei soldi, secondo me, vengono le idee, la passione per lo studio e il desiderio di cambiare il nostro sistema universitario, purtroppo nelle mani di tanti vecchi baroni che sbarrano la strada ai giovani e al nuovo che avanza. Per questo, ho scelto di tornare in Italia". Se invece avesse deciso diversamente, oggi sarebbe ancora al Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston. Dove, nel 1997, trascorse un Natale indimenticabile. "Quattro anni prima - ricorda - con 110 e lode, mi ero laureato in Matematica all'Università di Padova. E proprio all'inizio del 1997, avevo conseguito il dottorando in Informatica, sempre a Padova e sempre con il massimo dei voti. Volevo diventare ricercatore ma non riuscivo mai a vincere i concorsi cui partecipavo, nonostante il mio curriculum fosse il migiore. Come da sempre in Italia, erano concorsi truccati, lo sperimentai sulla mia pelle: fatti apposta perché a passare fossero i soliti "figli di" o raccomandati. E allora decisi di andare al MIT di Boston". Lì, visto il suo percorso di studi, il direttore Tim Barners Lee non perse tempo e gli disse, testualmente: "La nostra università è al completo, ma per te faremo un'eccezione".
Gli diedero subito la qualifica di professore ordinario, "anche se passavo 24 ore al giorno in laboratorio". Pochi mesi dopo, l'incontro con Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, a cui il giovane mestrino presentò la sua ultima invenzione, l'algoritmo Hyper Search: la chiave per far funzionare il motore di ricerca più utilizzato al mondo. Insomma, un cervello in fuga? "Sì, risponde Massimo Marchiori - Però, nel 2000, decisi di rientrare in Italia. Mi offrirono un posto da ricercatore sia a Ca' Foscari, a Venezia, che al Bo, a Padova. Scelsi di tornare nella città in cui mi ero laureato e, dopo sei anni a 1.200 euro al mese, vinsi finalmente un concorso come professore associato".
Ed eccoci ai 2mila euro scarsi mensili. "Nella nostra università, purtroppo, conta soltanto insegnare - accusa il professore - si fa carrierà esclusivamente per anzianità. La ricerca, in pratica, non esiste. Viene ridotta a zero da tanti vecchi baroni attaccati alla poltrona e basta. Io, però, continuo a crederci. Un giorno, forse, cambierà. Di recente sono diventato un appassionato di cucina: oca in onto, faraona con salsa peverada. In fondo, siamo quello che mangiamo. Altro che hamburger e patatine. Ecco perché i grandi geni sono quasi tutti italiani...".
- Davide D'attino
Fonte: Corriere del Veneto, 2 novembre 2008
PADOVA - Lo "spriz" o "spritz" è il tipico aperitivo di Padova. I ragazzi si ritrovano, soprattutto il mercoledì e giovedì sera, si gonfiano del beverone alcoolico e fanno un po' o tanta bisboccia per le strade del centro. Tutto qui. Non molto nella città universitaria che è stata per trent'anni il più feroce laboratorio di violenza politica d'Italia, il regno dei timer e della P38, la culla delle stragi nere e dell'autonomia operaia di Toni Negri, il primo teatro di morte delle Brigate Rosse, l'arsenale di Mambro e Fioravanti, l'incubo delle "notti dei fuochi" illuminate da dieci, dodici attentati. Dagli anni Sessanta fino ai Novanta della Pantera e oltre, fino agli scontri fra neri e "no global" di Casalini. "È la prima volta da trent'anni che a Padova la protesta universitaria non fa scorrere sangue per le strade. E' la prova che questo movimento è del tutto nuovo, nulla a che vedere con il '68, il '77 e successivi". A parlare così non è un leader dell'Onda, ma il magnifico rettore Vincenzo Milanesi. Un po' del merito del miracolo di questi giorni è più suo che del solito Sant'Antonio. E' l'unico rettore italiano ad aver sposato senza riserve la protesta degli studenti, ma ha ottenuto in cambio che non vi fosse alcun blocco della didattica. La protesta si è diretta verso le forme più creative, quasi giocose. "In tanti anni ne ho viste troppe per non sapere che qui una scintilla diventa subito un incendio".
In realtà il conflitto, come direbbe Toni Negri, rimane vivo sotto la cenere. Ma si è spostato dal laboratorio politico ai laboratori veri e propri, quelli delle facoltà scientifiche. Ed è un conflitto fortissimo. Da una parte ricercatori e studenti, dall'altra i baroni dell'università. Che a Padova, ma non solo, significa anzitutto i baroni della medicina. E' intorno a Medicina che avvengono le guerre vere di potere, il novanta per cento degli scandali e delle parentopoli. Proviamo a raccontare questa guerra silenziosa a partire da una storia parallela, da due casi, l'esimio professor Antonio Ambrosini e il ricercatore semplice Massimo Marchiori.
L'esimio prof. Ambrosini è una potenza di Medicina, con tre o quattro incarichi all'Università, presidente della società italiana di ginecologia e ostestricia (Sigo) e primario della clinica ginecologica di Padova, un vero barone con agganci bipartisan in politica. Impossibile incontrarlo. "E' molto impegnato". Forse non è neanche la giornata giusta. Ambrosini era finito una prima volta sotto inchiesta settimane fa, dopo la denuncia di alcuni professori per aver subito forti pressioni sulla scelta dei commissari chiamati ad assumere i ricercatori. L'archiviazione è stata rapidissima. Più difficile archiviare lo scandalo dell'altro giorno. Secondo la documentatissima ricostruzione de La Stampa il professor Ambrosini avrebbe operato una paziente a Padova nello stesso giorno in cui presiedeva un convegno a Shangai. Dove peraltro aveva invitato suo figlio Guido, già assunto nella stessa clinica del padre a spese dell'Asl. La prova non è difficile. Basta affiancare la foto del brindisi di Ambrosini a Shangai, disponibile su Internet, con il documento della clinica che certifica la sua presenza come primo operatore in un parto cesareo lo stesso giorno. Il mondo medico padovano è in subbuglio, ma molti hanno testimoniato solidarietà al barone di fronte all'"aggressione mediatica e giudiziaria": la procura infatti ha aperto un'inchiesta. L'ubiquità miracolosa ha fruttato al professor Ambrosini il sessanta per cento della spesa dell'intervento, un parto cesareo. Ovvero 4200 euro in 54 minuti. Quanto un ricercatore universitario guadagna in due mesi e mezzo.
E passiamo al Ricercatore. Incontrarlo è facilissimo. Basta andare al dipartimento di Matematica e aspettare la fine dell'affollata lezione. Il giovane che mi accoglie in uno spoglio ufficetto sembra uno studente fuori corso, con jeans sdruciti e maglioncino blu. In realtà ha 38 anni, si chiama Massimo Marchiori ed è una delle maggiori personalità mondiali dell'informatica. Senza di lui non ci sarebbe Google. Per ammissione degli stessi inventori americani, Page e Brin, che hanno applicato una scoperta di Marchiori, l'algoritmo Hyper Search. Un genio. Il colosso di Mountain View lo corteggia da anni. Lui ha preferito rimanere a Padova, dove da ricercatore ha uno stipendio (a rischio) di 2000 euro al mese. L'ultima offerta americana che ha rifiutato era di 600 mila dollari netti all'anno, più i benefit. "Non posso più presentarmi al bar degli amici sotto casa, a Mestre. Mi dicono: te g'ha inventà gugol e guadagni meno di noi? Ma la ricerca è così da sempre, uno scopre, altri applicano. Sono una persona felice, godo di una libertà assoluta. Non c'è prezzo per questo. Ero felice quando lavoravo a Hyper Search, qui dentro, con una sola macchina condivisa con quaranta ricercatori. Senza fondi, perché i baroni consideravano la rete un giochino poco serio. Sono felice ora, mentre lavoro al nuovo progetto". Il web semantico. Per farla molto breve, un sistema di ricerca che può cambiare l'accesso alla cultura di alcuni miliardi di uomini. "Mi piacerebbe finirla qui e non a Boston, dove ho un altro incarico. Ma con questi tagli, non so come finirà. E' già difficilissimo ora trovare collaboratori. Un qualsiasi laureato in informatica trova un'azienda che lo paga il doppio dell'università e mica tutti sono pazzi come me".
"La mia storia? Eccola. Mi sono laureato a Padova, specializzato in Olanda. Sono tornato a casa, a Venezia, ma non riuscivo a vincere un concorso. Mi sono visto passare davanti figli di ex rettori, nipoti di baroni, raccomandati d'ogni tipo. Ho mandato i miei lavori al Mit di Boston e mi ha chiamato subito di persona Tim Barners Lee (il creatore di World Wide Web, ndr). Un giorno sono andato a San Diego a esporre i risultati delle mie ricerche. Alla fine mi ha chiamato Larry Page e abbiamo discusso a lungo sulle possibili applicazioni. L'anno dopo lui e Brin hanno creato Google. Sono sempre stati onestissimi con me, hanno sottolineato un'infinità di volte il debito di Google con Hyper Search".
"Che cosa penso della cosiddetta riforma Gelmini? Sono sbalordito. A furia di lavorare con gli americani, sono diventato ingenuo come loro. Mi aspetto ogni volta, da qualsiasi governo italiano, che annunci nuovi fondi per la ricerca. Invece arrivano puntuali i tagli. Non m'intendo di politica ma non posso credere che non capiscano quanto stanno facendo. Tagli di questo tipo, indiscriminati, dovrebbero realizzare miracolosamente, secondo loro, una gestione virtuosa dei fondi universitari. Al contrario, rafforzano i baronati. Perché è evidente che, senza criteri di merito, a franare sono sempre i più deboli politicamente, cioè quelli che fanno ricerca, mentre i forti, i baroni, se la cavano sempre. Nell'uso di Internet il ritardo dell'università italiana è tragico. Ma presto non sarà un problema, perché di questo passo il futuro è una specie di Cepu, un'istruzione di serie B o C. Perché sono tornato in Italia? Me lo chiedo anch'io. Resto per tigna, e per gli studenti. Non vorrei rassegnarmi, ma non so fino a quando". Marchiori è un mito per gli studenti di mezzo mondo. Per i suoi è un formidabile biglietto da visita: "Studio con Marchiori".
Fonte: Repubblica, 1 novembre 2008
Marchiori: in Italia nessuna differenza tra un mediocre e chi lavora, inventa, produce
Insegnavo a Venezia ma ho scelto l'ateneo di Padova perché dopo sei anni ancora non avevo
la cattedra Mi sentivo preso in giro.
ALESSANDRA CARINI
PADOVA. «Vuole parlare dell'Università italiana? Davvero? E va bene, mangiamoci un panino a mezzogiorno». Tutto si può dire del mestrino Massimo Marchiori, docente di informatica all'Università di Padova, tranne che sia un accademico con la puzza sotto il naso. Eppure ne avrebbe ben donde. Laurea in matematica, poi negli Usa a insegnare al prestigioso Mit con Tim Berners Lee, l'inventore del web. Ha dato l'idea di base di Google a Larry Page, uno dei due fondatori del motore di ricerca. Chi meglio di lui può dire quali sono le carenze dell'Università italiana e nei suoi rapporti con il mondo industriale? L'ultima volta che lo avevamo incontrato, quando vinse il prestigioso TR100 Award,, insegnava a Ca' Foscari e al Mit. Oggi ha lasciato Mestre per insegnare a Padova.
Perché?
«Mah, dopo sei anni non avevo ancora un posto da professore. Solo promesse, e mi sono sentito un po' preso in giro. Padova mi ha offerto una cattedra e sono andato via».
Sembra strano, per uno che ha tanti riconoscimenti.
«Sì, ma l'università italiana è fatta così: il fatto che uno meriti, e valga, non significa necessariamente che faccia carriera, anzi. A Padova del resto mi hanno offerto una cattedra soprattutto perché mi conoscevano dai tempi che studiavo lì».
La sua storia sembra una di quelle dei tanti cervelli in fuga.
«Non voglio fare polemiche. Ma certo è che quando mi sono laureato, in Italia non riuscivo neanche a vincere un posto di ricercatore, mentre l'Olanda mi ha chiamato ben prima che finissi la tesi, mi ha offerto un contratto per entrare in un centro di ricerca e sono partito».
E cosa è successo poi?
«Ho mandato il mio curriculum al Mit e, anche se lì non conoscevo nessuno, mi hanno chiamato per condurre ricerche nel campo dei processori. Un giorno chiacchieravo con quelli che lavoravano sul web: al Mit non si è chiusi a compartimenti stagni o dipartimenti chiusi. Ci sono luoghi fatti apposta per incontrarsi, scambiare idee ed esperienze, sondare possibili terreni di ricerca comuni. Uno dei ricercatori web mi ha detto: hai delle idee veramente interessanti, perché non vieni a lavorare con noi? Detto fatto: in una settimana mi hanno chiamato a colloquio tutti i capi. L'ultimo, il mitico Tim Berners Lee alla fine mi ha detto: guarda, in questo momento non abbiamo posti disponibili, ma per te, ne creo uno, ora. Benvenuto».
Una bella soddisfazione.
«Sì, ma se l'immagina una cosa del genere nell'Università italiana? Un prestigioso accademico, anzi il numero uno nel mondo del Web, che, nel centro di ricerca numero uno al mondo, dà all'istante un posto a uno mai visto né conosciuto, solo sulla base di quello che ritiene essere un merito o un valore?»
Ma perché è tornato in Italia?
«Perché mi piace vivere qui, è la mia terra. E poi mi hanno consentito di lavorare tra Italia e Stati Uniti».
Pentito?
«Non ancora così tanto da farmi cambiar aria, ma un po' sì, visto che il sistema sembra fatto apposta per scoraggiare e frustrare. Comunque, stiamo parlando di me o dell'Università?»
Lei ha visto le polemiche di questi mesi sull'Università, la ricerca, il battibecco tra il presidente degli industriali, Andrea Riello e i rettori. Che cosa ne pensa?
«Credo che, nella sostanza, anche se magari nella forma ha un po' calcato la mano, Riello abbia ragione e che se si vuole cambiare non bastano riforme di piccolo cabotaggio, ma un ripensamento del sistema dalle fondamenta».
In che senso?
«Nell'Università italiana non c'è vero criterio di merito: che tu valga molto o valga poco, il tuo stipendio è dato dall'anzianità. Se fai ricerca o non fai ricerca idem. Non c'è alcun incentivo che premi chi fa o chi realizza di più. A tutti si dà lo stesso salario e alle facoltà fondi distribuiti a pioggia. Non è così che si può fare ricerca o andare a caccia di rapporti con l'industria».
Qualche criterio di distribuzione meritocratica il ministero dice di averlo imposto.
«La distribuzione è generica, non alle persone. E non serve a molto, perché non sposta molti soldi. Inoltre i criteri generalisti non hanno molto senso, i campi di ricerca delle varie facoltà hanno esigenze e valutazioni molto diverse tra loro. Morale: per una Università, assumere un genio o un mediocre praticamente non fa differenza».
Ma negli altri Paesi che cosa accade?
«Ah, non è di certo così. Negli Stati Uniti parte dei fondi delle università viene da quello che si chiama mercato: cioé dai privati, magari da aziende o imprese che hanno interesse a che si produca qualcosa, un progetto, una ricerca. E tutto il sistema è costruito in una maniera diversa: se vali, se "produci" con il tuo insegnamento buoni studenti, se impianti ricerche importanti, allora fai carriera, ti cercano, ti offrono posti, ti aumentano lo stipendio. Ritengono, insomma, che tu sia prezioso per il sistema educativo e per la società. Qui no. Anzi a volte è esattamente il contrario».
Ma molti dicono che così il sistema educativo finirebbe per essere al servizio dell'industria...
«Dare incentivi non significa essere sottomessi all'industria. Significa premiare i migliori, dare stimoli. Certo, anche il sistema americano ha dei difetti. Ma il sistema italiano è molto peggio».
Perché?
«Perché i migliori, senza stimoli, prima o poi se ne vanno: ed è così, almeno nel mio campo, perché praticamente, e lo dico con la morte nel cuore, quasi tutti i migliori delle giovani generazioni oggi non scelgono l'accademia. Se proprio hanno la passione, restano per un po' e poi cambiano idea dopo anni di frustrazioni. Chi è che al giorno d'oggi, se sa di valere davvero, aspetta cinque o dieci anni per avere un posto e un salario di 1200 euro e magari stare alla pari con uno che vale poco, e anzi che fa carriera proprio per la sua mediocrità? Questo è davvero ammazzare il sistema educativo, e la ricerca, e lasciare i migliori sul mercato dell'industria».
Dice il rettore di Padova, Ernesto Milanesi: l'università non è né un dottorificio né una scuola tecnica superiore. E la ricerca non può essere fatta per rispondere alla domanda di chi produce bruciatori.
«Vero. Il paradosso è che sia il rettore che Riello hanno ragione, contemporaneamente. Da un lato, occorre certamente dare spazio a una ricerca astratta e staccata dall'industria. E dall'altro, occorre anche dare adeguati incentivi a chi vuole fare ricerca applicata. Tra queste due posizioni, ora siamo allo stallo».
Perché?
«Per i motivi che ho detto prima: i fondi sono pochi, vengono distribuiti a pioggia, e quel poco che c'è viene diviso in maniera uguale tra chi lavora e chi non lavora, tra chi ha risultati e chi non produce proprio, tra un brillante ricercatore con un salario da fame, e un professore che invece non fa ricerca da anni. L'industria i fondi li ha, e i risultati li chiede e, giustamente, li pretende. Ma l'Università deve offrire qualcosa in più, sia all'industria che a chi fa ricerca».
Ahi, torniamo ai «bruciatori»?
«No. Ma qualcuno mi deve dire che cosa può fare un ricercatore con ad esempio fondi di mille, dico mille euro l'anno, senza avere alcuna possibilità di avere macchine all'avanguardia, contrattisti, un budget, anche modesto, per far funzionare un gruppo di ricerca? O i fondi si concentrano su chi fa e lavora puntando a dei risultati, oppure meglio non cominciare neppure. Quanto all'industria bisogna anche smettere di demonizzarla. Tutti e due hanno da guadagnare da un rapporto più stretto».
Ahi, torniamo all'Università come scuola tecnica superiore?
«No. Ci deve essere spazio per la ricerca pura, ma anche per quella applicata. E siccome per la ricerca applicata c'è competizione, bisogna dare gli incentivi adeguati perché i migliori decidano di restare nell'Università, invece di andar via (o, peggio, non entrarci proprio). Se, tanto per dire, faccio un progetto monumentale e dopo anni di duro lavoro scopro come poter arrivare a un Google 2, da un punto di vista accademico, come curriculum, questo vale zero. Se scrivo un articoletto, qualche foglio di carta, su un argomento anche banale, questo invece vale ai fini del curriculum e di una cattedra. Bell'incentivo, vero?»
Non ha mai ricevuto offerte da aziende?
«Come no, a stipendi che in un mese mi farebbero guadagnare quello che prendo ora in un anno. La famosa competizione di cui parlavo prima...».
E perché non accetta?
«Perché mi piace avere campo libero e non limitato dalle singole esigenze. Perché mi piace avviare progetti innovativi di cui possano beneficiare non solo le imprese, non solo il singolo, ma anche il sistema, la società, tutti noi».
Allora ha ragione Milanesi: non si può essere solo considerati dei fornitori di qualcuno.
«In astratto sì, ed è quello che mi ha motivato finora, e come me tanti altri. Poi però l'Università deve dare i mezzi adeguati a chi vale per fare ricerca, altrimenti cosa ci si sta a fare, nell'Università? Ad insegnare e basta? Certa ricerca, quella che magari sul serio può cambiare il mondo, non può essere trattata come un "hobby", ha invece bisogno di strutture adeguate. Ma con mille euro l'anno, cosa si fa?».
Prendete tanti biglietti da un dollaro, ma proprio tanti. Metteteli l'uno vicino all'altro, formando una grande riga. Quanto lunga? Esageriamo: un giro della Terra? No, non basta ancora, continuiamo: due giri della Terra, poi un altro mezzo giro e ancora ne avanzano. Questa striscia fenomenale di dollari lunga oltre due giri e mezzo del mondo è la cifra che Google ha pagato, nell'ottobre 2006, per comprare un sito che all'epoca ne valeva molti, ma molti di meno: YouTube.
"You", in inglese, significa "tu", e "Tube" significa "tubo", inteso come tubo catodico, quello della televisione per intenderci. Ormai lo conoscono tutti, è il sito dove finiscono quasi tutti i video nella Rete. Come i video ripresi dai telefonini, quelli con studenti e professoresse, scandali, pazzi nelle autostrade, il meglio e il peggio della vita di tutti i giorni. Non passa giorno che qualcuno di quei video non faccia parlare di sé. E la domanda che molti si saranno fatti è: perché? Perché un sito del genere è diventato così famoso, capace di attrarre l'interesse di milioni di persone? E perché il gigante del Web, Google, ha speso tempo fa due giri e mezzo del mondo in dollari per comprarlo? La risposta non è difficile, basta guardarsi attorno. Anzitutto, guardare dentro alle case, dove si trova uno degli oggetti tecnologici più di successo del nostro millennio. La televisione? Sbagliato, anche se ci siete andati vicini. La vera chiave del successo di YouTube non è la televisione, ma quell'altro congegno, piccolo e spesso trascurato, che ha un altro nome: telecomando. Certo, la televisione è al centro dell'attenzione, ma cos'è, al giorno d'oggi, una televisione senza telecomando? Un'esperienza frustrante, perché ormai siamo abituati ad un certo modo di guardare la televisione, un modo dove possiamo andare da un canale all'altro, spostarci rapidamente quando cerchiamo un buon programma, o quando siamo annoiati, o quando scappiamo dalla pubblicità. E' l'umile telecomando quello che ha fatto fare il vero salto generazionale alla televisione.
E YouTube? YouTube porta avanti il concetto di telecomando, verso nuovi orizzonti, verso una Nuova Televisione.
Il vecchio telecomando televisivo ci permette di avere accesso rapido a molti programmi. Il nuovo telecomando ci permette di avere accesso rapido a milioni di programmi.
Il vecchio telecomando dà il potere all'utente: quando si è annoiati, zap, si cambia programma. Il nuovo telecomando va oltre: nessuno è più costretto a guardare programmi a scatola chiusa, per il semplice motivo che, a differenza della tv, i programmi vanno in onda a tutte le ore, ripetuti quante volte si vuole. Non siamo obbligati a guardare tutti lo stesso programma la stessa ora. Ed ecco allora che si capisce perché nel nuovo telecomando c'è anche un altro tastino, che nel vecchio non c'è: il tasto per votare se vi è piaciuto. E grazie a questo tasto, ecco che la potenza della comunità viene in vostro aiuto: non dovete aspettare di aver visto il programma per sapere se era interessante: potete fidarvi di altri utenti come voi che l'hanno già visto, e hanno già votato.Ed infine, c'è un altro tasto, nel nuovo telecomando, il tasto "You", tu. Premendo quel tasto, siete voi a fare il programma, inserendolo nella Nuova Televisione. Voi, registi o interpreti del programma, un Nuovo Programma che non ha bisogno di essere sottoposto a provini, non ha limiti di lunghezza (pochi secondi o un'ora, sta a voi), che potete anche fare semplicemente con un telefonino. E' la filosofia del Grande Fratello e dei vari reality portata all'estremo: cosa c'è di ancora meglio del Grande Fratello? Il Grande Fratello dove siamo anche noi protagonisti! Io Tubo, ergo sum.
La Nuova Televisione, la vera televisione del futuro, non è dunque quella ad alta definizione, superpiatta. Quello è solo uno schermo. La vera Nuova Televisione sarà quella derivata dalla Rete. Voi guardereste una televisione senza telecomando? Probabilmente no, o solo per poco. E le nuove generazioni, abituate sin dall'inizio ad usare il Nuovo Telecomando? Cosa preferiranno, la vecchia o la Nuova Televisione? Non ci sono certezze nel futuro, ma due giri e mezzo della Terra in dollari, forse, qualcosa vogliono dire. Assieme al fatto che YouTube si è dimostrato, in poco tempo, un successo planetario: nella storia della rete, è il sito che finora ha avuto la crescita più alta, ed oggi ha oltre 100 milioni di programmi visti ogni giorno, e quasi mezzo milione di nuovi programmi aggiunti ogni settimana.
Tutto bene allora, forse siete convinti, ma resta l'altro lato della medaglia: cosa ci guadagna Google? Google guadagna qualcosa che, in questo momento, è molto più preziosa dei soldi. Pensate al Google motore di ricerca: gli altri fanno i siti web, voi li cercate, e Google è lì in mezzo, che vi guida, vi traccia, e vi dà anche consigli pubblicitari. Lo stesso accadrà, sta già accadendo, con i video: gli altri fanno i video, voi li cercate, e Google/YouTube è lì in mezzo, vi traccia, e vi darà consigli pubblicitari, magari mostrandovi dei siti commerciali che hanno a che fare con l'argomento del video. Oppure, dandovi una mano tra i milioni di canali disponibili, suggerendovi alcuni programmi invece di altri. O anche andando oltre, magari mostrandovi qualche secondo di pubblicità alla fine di ogni video.
Anni fa, quando Google stava nascendo, tutti nella Rete volevano essere l'equivalente di un canale televisivo di successo. Google, e pochi altri, avevano già capito che è impossibile limitare il progresso, e costringere tutti a guardare quasi sempre i soliti programmi. E allora, invece di fare come tutti gli altri, e voler essere un canale televisivo, è molto meglio cercare di essere qualcuno di apparentemente meno importante, ma in realtà ancora più fondamentale: il telecomando.
Massimo Marchiori
Fonte: il Gazzettino, 3 maggio 2007
Un grande genio italiano, Massimo Marchiori, inventore dell'algoritmo di Google, discute a tutto campo sui principali problemi dell'informatica moderna e spiega come vede l'evoluzione futura del Web
A differenza di qualche anno fa, l'evoluzione del mondo Internet non è più un argomento che trova ampi spazi sui mass media. Le tematiche si sono affinate ed è iniziata una fase di transizione verso un Web più intelligente ed avanzato che, per essere compresa, richiede competenza tecnica.
Si sente quindi la necessità di sapere cosa bolle in pentola e può essere utile, a questo scopo, ascoltare le voci di chi è in "prima linea" fra gli addetti ai lavori. Fra questi sicuramente, un posto di rilievo è occupato da Massimo Marchiori, un geniale ricercatore italiano che ha dato eccezionali contributi alla crescita del nuovo mondo del Web.
Cerchiamo di riassumere telegraficamente la sua brillante carriera che inizia dopo una laurea in matematica a pieni voti (110 e lode), ed il Dottorato di Ricerca con una tesi che ha vinto il premio come miglior tesi europea, per l'invenzione della cosiddetta "analisi locale". Completati i suoi studi all'Università di Padova ed al Centro di Ricerche Nazionale Olandese (il CWI di Amsterdam), Massimo viene invitato al MIT per collaborare al progetto Bluespec, in collaborazione con Intel.
Nel 1998 viene assunto al MIT di Boston come Research Scientist presso il World Wide Web Consortium (W3C), sotto la direzione dell'inventore del Web, Tim Berners-Lee. Inoltre, dal 2000 è stato anche assunto come ricercatore presso l'Università "Ca' Foscari" di Venezia.
I suoi interessi di ricerca sono molteplici, e includono il World Wide Web, trattamento e ricerca intelligente dell'informazione, motori di ricerca, pubblicità nel Web, privacy, Web Semantico, XML, sistemi complessi, sistemi piccolo-mondo, contro-terrorismo, sistemi sociali.
Nella sua carriera ha risolto alcuni tra i più importanti problemi aperti nel campo dei linguaggi di programmazione e delle reti neurali, inventando la cosiddetta teoria dei vaccini per l'analisi modulare dei sistemi.
Ha inventato hypersearch, una nuova tecnica per trovare l'informazione nel Web migliorando i motori di ricerca, da cui è stato poi derivato Google con il suo Pagerank.
È stato il primo a studiare formalmente il problema della pubblicità e della "persuasione" dei motori di ricerca, introducendo tecniche che oggi sono usate comunemente per migliorare la visibilità delle pagine web.
È l'ideatore dello standard mondiale per la Privacy nel Web (P3P), attualmente usato dai browser internet. È stato co-responsabile W3C dello standard mondiale per la classificazione dell'informazione nel Web (OWL). Ha ideato il primo applicativo per il Web Semantico (Metalog). Inoltre, è il responsabile per W3C del futuro standard mondiale per l'interrogazione di dati XML nel Web, XQuery.
Dal 2002 è anche consulente strategico per la Comunità Europea nell'area di Multimedia e Internet (KA3).
Per le sue innovazioni, è stato insignito di vari riconoscimenti: ultimi in ordine di tempo, nel 2003 ha avuto la membership onoraria a vita della Oxford Society ("in recognition of his life achievements and of his role in the definition of an Xml Query Standard"), e nel 2004 ha vinto (primo italiano nella storia) il prestigioso TR100, il premio dato ai migliori 100 giovani innovatori tecnologici al mondo.
Sperando di non aver tralasciato troppe altre meritevoli informazioni, incominciamo a fargli alcune domande.
LJ: Il panorama dell'informatica moderna è costellato da tutta una serie di 'nodi gordiani' che, una volta sciolti, doneranno al risolutore fama e ricchezza. C'è ancora spazio per chi avesse qualche idea geniale?
MM: Certamente, da questo punto di vista l'informatica è una delle scienze più promettenti. A differenza delle altre scienze, infatti, non necessita di un grande investimento iniziale (in molti casi bastano una buona idea e un computer...), e soprattutto, ha un potenziale incredibile, considerati i suoi ambiti di applicazione e il punto in cui siamo.
Mi è stato spesso chiesto perché dopo la laurea in mate- matica ho incominciato a fare informatica, e la cosa che mi ha motivato di più è che, per come la vedo io, nell'informatica siamo veramente all'età della pietra, e c'è tutto un mondo nuovo davanti a noi. Ai giovani che vogliono sfondare con la bravura e la forza delle loro idee, consiglio senz'altro la carriera informatica.
LJ: Nel suo curriculum, oltre l'algoritmo che è alla base di Google, Lei vanta la risoluzione di diversi problemi impossibili.
MM: Che però sono praticamente ignorati dai non addetti ai lavori, per il semplice motivo che anche l'informazione in rete segue (anche se ovviamente in maniera molto più complessa) una logica se vogliamo "televisiva": occorre dargli la giusta visibilità, altrimenti anche una buona idea può restare sconosciuta. Il mio problema è che (almeno finora) ho sempre trovato molto più interessante lavorare a problemi nuovi piuttosto che fare pubblicità a quelli già risolti. Un problema risolto non è più una sfida, è già vecchio.
LJ: Ci dia, per favore, la sua opinione circa la questione della ricompensa dei diritti d'autore e della libertà di informazione attraverso i circuiti di File Sharing.
MM: Questa domanda richiederebbe una risposta molto lunga ed elaborata, comunque, semplificando, quello che stiamo vedendo è la causa diretta dei rapporti sempre più stretti tra la società e quello che una volta era un eden isolato, Internet.
La recentissima sentenza storica della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha condannato dei gestori di servizi di file sharing, è destinata a fare epoca perchè porta avanti quel processo già iniziato di "invasione" nelle regole di Internet da parte delle grosse potenze economiche quali le major discografiche.
Da un lato c'è ovviamente l'esigenza di controlli e regole più chiare, visto che questo fenomeno è ancora abbastanza recente e ha colto la legislazione ordinaria un pò spiazzata. Questo è il lato positivo e necessario se vogliamo, la realizzazione che Internet non è più un eden fuori dal mondo, ma fa parte del tessuto della nostra società, e come tale deve essere adeguatamente considerato e regolamentato in tutti i suoi fenomeni.
Dall'altro però, l'enorme pericolo è quello di una deriva prepotente che pieghi le regole in formazione di questa "repubblica di Internet", e in generale la tecnologia digitale, agli interessi lobbystici di alcuni grossi gruppi. Un esempio di questa deriva si è avuto con la cosiddetta "Memory Tax", quella "tassa sulla memoria", che tutti noi paghiamo in più ogni volta che compriamo un supporto, ad esempio per la nostra macchina fotografica digitale (il cui ricavato in Italia va alla SIAE).
È una cosa che è stata passata sotto silenzio e pochissimi italiani la conoscono, ed è un peccato, perchè se dal punto di vista etico si tratta di una enorme pagliacciata, ci sono motivi molto più seri per cui ogni italiano dovrebbe sapere e combattere questa assurdità: anzitutto, questa tassa tocca ampliamente i nostri portafogli, e inoltre, per vari motivi, rischia seriamente di limitare il progresso tecnologico italiano (solo per dare un'idea, le stesse aziende produttrici hanno recentemente citato in giudizio la SIAE perchè si sono rese conto degli effetti nocivi di questa tassa illogica).
Con la nuova sentenza da parte della Corte Suprema degli USA, si rischia di proseguire in questa spirale perversa, ed essenzialmente fare pagare una tassa, o imporre limitazioni insopportabili, non solo ai gestori dei sistemi di file sharing, ma anche a tutti coloro che gestiscono informazione distribuita nel Web, e quindi lavorano per darci le applicazioni del futuro.
Per fare un parallelo, la situazione presente (memory tax) è come se ad ogni barca veloce venisse imposta una sovrattassa (che finisce nella tasche dei produttori di sigarette), perchè molte barche veloci sono usate per fare contrabbando di sigarette. E nel futuro (sentenza della Corte Suprema), rischiamo che si imponga ai produttori di barche di costruire un sistema integrato che spenga il motore di ogni barca quando si trasportano sigarette di contrabbando.
Nel caso delle barche, questo ci sembra del tutto ridicolo, ma in effetti questa è la situazione per quanto riguarda il mondo digitale, con l'aggravante che le barche veloci se le permettono magari in pochi, ma Internet, i computer, le macchine fotografiche digitali, sono e saranno parte della nostra società comune, beni e risorse giustamente alla portata di tutti.
LJ: Il software Open Source e quello Closed Source: quali sono, a suo avviso, vantaggi e svantaggi?
MM: Il dibattito tra software chiuso e aperto sta assumendo quasi toni da guerra di religione, e molti si schierano dunque in maniera assoluta o da un lato o dall'altro. Anche se ho enorme simpatia per il software aperto, mi reputo più moderato, nel senso che vedo il software chiuso come una necessità di mercato che non sparirà mai e che è inutile cercare di sopprimere (e analogamente per il software aperto)! Il grosso problema è invece se si parla di software buono oppure no. Il software open source ha almeno tre vantaggi che sono indipendenti dall'essere "buon" software: il costo, la verificabilità, l'adattabilità.
Il costo, perchè tipicamente non costa nulla; la verificabilità, perchè posso sapere se si comporta correttamente o se invece è stato scritto con intenti dannosi. L'adattabilità, perchè volendo può essere migliorato e adattato alle nostre esigenze particolari. Nel caso del software chiuso, il vantaggio primario è che può essere scritto in maniera molto sofisticata, proteggendo il lavoro degli autori che hanno dunque un adeguato ritorno economico.
Ora, è evidente che questo secondo vantaggio del software chiuso è di natura fondamentalmente diversa, perchè detto così, è solo un vantaggio per chi scrive quel software, non per gli utenti. Gli utenti possono avere altri vantaggi: se è un software, come detto, sofisticato, allora funziona meglio degli altri. Inoltre, se sono un cliente posso magari chiedere che venga adattato alle mie esigenze particolari chiedendo degli standard di qualità molto alti.
Il problema però è che questi vantaggi per l'utente dipendono dal fattore critico: che il software sia veramente così buono da giustificare il prezzo. Purtroppo, quello che succede troppo spesso è invece l'abuso del software chiuso, laddove invece di un buon software si produce un software mediocre, che però è "doppiamente chiuso" nel senso che non è sostituibile con altri programmi perchè usa dei formati proprietari. A questo punto, è ovvio che per l'utente non ci sono più vantaggi, ed anzi c'è il rischio enorme di trovarsi intrappolati ad usare software mediocre senza avere più alternative. È evidente dunque che il software chiuso, senza regole di garanzia, ha rischi per l'utenza molto più alti, che diventano troppo alti, ad esempio, nel caso della Pubblica Amministrazione, che dovrebbe (come in Francia) porre degli adeguati vincoli di salvaguardia sulla qualità del software che compra, cosa che purtroppo non avviene ancora a livello nazionale in Italia.
LJ: La bolla della New Economy italiana (e mondiale) è ormai esplosa. Avrebbe qualche idea da proporre ad un giovane imprenditore nella situazione odierna?
MM: Anzitutto, due consigli a ogni imprenditore che voglia investire in tecnologie informatiche innovative. Primo, avere in mente che il mercato migliore non è l'Italia, ma è il mercato globale (quindi quello europeo, e/o statunitense). Secondo, che molto spesso le idee migliori sono quelle che non hanno bisogno di grandi finanziamenti (anzi), hanno paradossalmente incerte probabilità di successo, però puntano in alto (e quindi, se hanno successo sfondano). Quindi, si tratta di finanziamenti di poco conto, che però sono spesso a fondo perso.
È quello che succede con il venture capital negli Stati Uniti, che hanno capito molto bene questa cosa e che infatti rendono il mercato statunitense così dinamico. In Italia, invece, molti imprenditori cercano l'opposto: il finanziamento anche cospicuo, che però magari punta in basso (mercato nazionale, ritorno modesto), con comunque ottime probabilità di successo.
E quello che succede è che per via del mercato globale, questa strategia non funziona, produce solo cose modeste che vengono poi divorate dalla vera competizione mondiale, e finiscono allora per sopravvivere solo nelle piccole realtà locali. In altre parole, muore la vera innovazione.
Questo poteva funzionare fino a poco tempo fa, con un mercato drogato e impermeabile all'esterno come è troppo spesso stato il mercato Italiano, ma al giorno d'oggi questa strategia è totalmente fallimentare, perché la competizione si sta ampliando, e il mercato dell'informatica è per sua natura ancor più degli altri un mercato globale.
Per quanto riguarda me, ho certamente molte idee che reputo valide, ma il primo problema è il tempo che ho, visto che ora come ora sono già impegnato in progetti che voglio prima portare a termine.
Il secondo problema è che la maggioranza delle mie idee si inquadrano nell'ottica di cui sopra: basso costo ma alto rischio, con l'aggravante che tendo a guardare ancora molto in là, e quindi in molti casi il modello di business corrispondente a una certa idea non ha profitto se non a lungo termine.
Per fare un parallellismo, Google è rimasto per molto tempo senza profitti, perchè guardava in avanti, e puntava in alto. Alla fine gli è andata bene, ma quanti imprenditori italiani avrebbero il coraggio di fare un investimento anche piccolo, però a lungo termine e così ambizioso e dunque rischioso?
Pochi, e infatti gli italiani che mi hanno contattato sono stati grossi imprenditori che operano anche nel mercato internazionale, e non invece i medi imprenditori. Penso che, al di là della mia persona, tutto questo sia paradigmatico del tipo di mercato ed innovazione che (r)esiste in Italia.
LJ: Gran parte della letteratura greca è arrivata sino a noi attraverso papiri che hanno resistito secoli e secoli, come tramanderemo i moderni ipertesti, scritti su un supporto ben più fragile, alle generazioni future?
MM: Questa è una domanda che francamente ogni volta mi inquieta, perchè se da un lato le nuove tecnologie informatiche sono la mia vita, dall'altro riconosco che ci sono problemi non da poco.
Da un lato c'è il "pericolo" ben noto della durabilità del media (un CD non dura poi così tanto), ma questo è un problema secondo me minore, basta solo averne la consapevolezza ed assicurarsi che ci siano sempre un certo numero di copie ridondanti dello stesso testo, cosa che è facile da fare (ma va comunque fatta...!).
L'altro aspetto, invece da molti sottovalutato, è quello del formato in cui l'informazione viene memorizzata. Alcuni testi scritti dieci anni fa non sono più leggibili da chi non sia un esperto digitale, perchè usano delle codifiche e dei programmi di lettura che ormai sono stati superati. E questo rischia di accadere sempre più spesso, visto il progresso tecnologico e anche varie spinte commerciali che rendono il mondo digitale molto rapido in questi cambiamenti. Inoltre, il concetto di "opera" nel mondo digitale è diventato vastissimo, perchè comprende non solamente testo, ma una varietà sempre più crescente di altre forme, come immagini, voce e musica, animazioni, filmati, programmi. Per tutte queste altre forme, il problema del formato è molto più grave che non per quello del testo.
E mentre un testo, o magari anche un'immagine, si possono stampare, quell'altra forma d'arte e d'espressione che è il software stesso non si può stampare, e rischia di morire per sempre già dopo pochi anni. Per esempio, ci sono programmi sviluppati anche solo cinque anni fa, che girano solo su Windows 98, e non su Windows XP: già ora quei programmi sono praticamente quasi morti, nel senso che non sono più fruibili. Immaginiamoci quale sarà la situazione fra dieci anni: che fine faranno quelle opere?
I posteri non potranno fruirne, ed andranno persi: magari perfettamente memorizzati in un CD, ma morti per sempre perchè non più interpretabili, sequenze inerti di dati che nessuno capisce, moderni geroglifici. È già successo coi programmi di venti anni fa, ma il problema è molto più grave perchè ora queste nuove forme di espressione sono molto più comuni, e lo diventeranno sempre di più.
LJ: Come immagina il Web tra dieci, venti e trent'anni?
MM: Non so se esattamente come sarà fra 10, 20 o 30 anni, ma la mia visione del futuro è che ci saranno due rivoluzioni silenziose (nel senso di cambiamenti epocali che man mano si realizzeranno), che avranno luogo in parallelo.
La prima rivoluzione sarà spaziale: semplicemente non ci sarà più il Web, perchè si arriverà alla fusione di tutti quei mondi digitali che ora sono separati (Web, televisione, stereo, radio, telefonino), e questa rete digitale strariperà nel quotidiano, perché gli oggetti intorno a noi saranno sempre più inglobati dentro questa grande rete. Lavatrici, edifici, strade, l'intero ambiente sarà pervaso, e lo stesso spazio "fisico" che ci circonda interagirà con il mondo digitale e virtuale.
L'altra rivoluzione sarà nelle modalità: cambierà il nostro modo di interagire con tutta questa informazione, e la rete diventerà sempre più a misura d'uomo, adattandosi a lui. La grande maggioranza di questa rete sarà come un enorme videogame, un videogame di generazione superiore, nel senso che si proporrà in modo allettante ed intuitivo verso gli utenti.
Il "manuale utente" sarà per la stragrande maggioranza di questa rete un concetto superato, perchè sarà chiaro cosa fare e come farlo, e lo sforzo richiesto per entrare in questo mondo digitale sarà pochissimo, perchè ci sarà molto da divertirsi e non ci sarà quasi fatica.
Molto tempo fa, i nostri antenati cavernicoli dovevano faticare come bestie per procurarsi il cibo, mentre guardate dove siamo noi ora: ecco, nel futuro, i nostri (stavolta non troppo lontani) discendenti diranno la stessa cosa della nostra situazione rispetto alla loro per quanto riguarda il cibo del futuro: l'informazione.
Luigi Corras